Efraín Vidal allo Europ’Art di Ginevra
C’era una volta una nuvola in una stanza, un uomo senza testa, un letto nel cielo. C’erano anche case impossibili, angeli umani e biciclette appese a mezz’aria. Tutto fluttuava nel colore, sospeso senza tempo in un mondo di fiaba.
Così è la pittura di Efraín Vidal: una favola che non può esistere se non nella nostra immaginazione. È rappresentare la vita come un gioco fra adulti che vedono il mondo con gli occhi dei bambini di un tempo. Occhi meravigliati, sguardi curiosi, lenti d’ingrandimento su infiniti particolari quotidiani. L’autore peruviano è un “pittore di emozioni” e mette in scena sulle sue tele personaggi, oggetti, esperienze comuni e familiari, in cui si avverte il ricordo caldo della sua terra, dell’infanzia e delle persone a lui care. La rappresentazione di oggetti inanimati non implica infatti l’assenza di figure umane: ogni elemento è impregnato della presenza umana con cui è venuto a contatto e attraverso questa si anima e prende vita.
L’uso della pittura per la comprensione della vita stessa è per Vidal il primo, fondamentale passo verso l’accettazione dell’assurdità e dell’irrazionalità presenti nel mondo e il suo percorso artistico si snoda attraverso un’innata abilità nell’utilizzo del colore e un uso personale della prospettiva e della costruzione dello spazio. I colori forti, anche se mai urlati, i giochi di luce e ombra, le pennellate spesse e dense di colore che rendono l’idea del movimento, la trasposizione di piccoli spazi reali in una dimensione che sfiora l’infinito si proiettano sulla tela in una prospettiva inconsueta e offrono allo spettatore istantanee vivaci di un mondo tutto interiore, intimo e profondo.
Elisa Ricci
Critico d’arte
Torino 2005

